
La mancanza di pensiero - l'incurante superficialità o la confusione senza speranza
o la ripetizione compiacente di «verità» diventate vuote e trite -
mi sembra tra le principali caratteristiche del nostro tempo
Hannah Arendt
Ho vissuto gli anni del sonnambulismo e dell'accecamento, quegli anni Trenta e Quaranta che hanno portato alla catasfrofe. Le circostanze non sono più le stesse, ma da una ventina d'anni mi sembra di vivere un' epoca simile. E forse vedremo il Titanic scivolare verso l'iceberg
Edgar Morin
Semi di saggezza, Raffaello Cortina, 2025, p. 21
Il capitano e psichiatra Douglas M. Kelley analizzando Hermann Göring, il maresciallo del Reich, concluse: «Sono certo che anche in America ci siano persone disposte a scavalcare i cadaveri di metà della popolazione americana pur di ottenere il controllo dell'altra metà»
I SONNAMBULI
“Che fare in questo contesto?”: così, sollecitando un incontro fra pochi, mi scriveva un amico qualche giorno fa.
La situazione e l'evoluzione del mondo ci 'pre-occupano'. Letteralmente. Ed è giusto così. Poiché, prima di agire, bisogna pensare. Esercizio oggi in disuso.
La situazione la conosciamo, la sua evoluzione, in un senso o nell'altro, dipende da noi, dipende dall'essere umano. Ma è così senz'altro? Che cosa muove i fili della storia (peraltro in una direzione che non sembra delle migliori, per usare un eufemismo)?
La domanda se la pose già Lev Tolstoj, a cui tentò di rispondere con il capolavoro, imprescindibile, Guerra e pace, scritto tra il 1863 e il 1869.
Ma il mio pensiero, in questi ultime settimane, andava soprattutto al lavoro di Christopher Clark, il quale nel 2012 pubblicava un volume dal titolo I sonnambuli. Come l'Europa arrivò alla Grande guerra, edito in Italia nel 2016; ma vi fu, con un titolo simile, “I sonnambuli”, anche un romanzo, del 1930, di Herman Broch.
Poiché mi sembra che siamo entrati, o, per meglio dire, ri-entrati, in una sorta di sonnambulismo. Nel 1914, secondo Clark, re, imperatori, ministri, ambasciatori e generali, erano come sonnambuli, incapaci di vedere la realtà dell'orrore che stavano per portare nel mondo. Non potremmo avere oggi la medesima impressione, tanto più estesa non solo a chi tiene le leve del potere ma anche a tante altre persone?
E come la prima Guerra mondiale - spartiacque della storia, secondo questo e tanti altri studi - fu una catastrofe evitabile, non potremmo dire un domani che eravamo apparentemente vigili mentre stavamo sostanzialmente dormendo di fronte a ciò che si presagiva?
Ora, è chiaro che qui non intendo sviluppare un saggio sulla questione, ma solo offrire qualche spunto di ricerca, come sono solito fare, per chi è interessato alle cose che scrivo.
Osservare dove stiamo andando, con il moltiplicarsi delle guerre al posto della loro diminuzione, come ci saremmo aspettati, e con la ridicolizzazione non solo dei pacifisti, come rilevava papa Leone stesso, ma anche del diritto internazionale e, perfino, del diritto interno ai vari Paesi che pur si definiscono ancora democratici - questo solo per accennare a due fenomeni tra i più evidenti, significativi e preoccupanti - significa prendere coscienza della regressione cui stiamo assistendo.
Se, infatti, risorgono imperialismi e nazionalismi (quelli che portarono alla Prima guerra mondiale, cui abbiamo fatto riferimento sopra), se sembrano finiti il multilateralismo e la cooperazione che conoscevamo, se si affermano sempre più i centri di interesse economici e le guerre come soluzione dei conflitti ed espressione di quelli, se si dimenticano i danni enormi che arreca all'ambiente e alla crisi climatica il comparto militare con le sue attività, se non si coglie ancora il nesso fra ingiustizie, guerre e migrazioni forzate, vuol dire che potremmo essere alle soglie di una nuova catastrofe mondiale.
Qualcuno la ipotizza. E non senza analisi storiche e razionali (si potrebbe trattare della tristemente famosa “Guerra mondiale a pezzetti” di cui parlava papa Francesco, la quale si assembla fino a diventare guerra totale, magari nucleare?).
Quello che più fa star male noi che siamo cresciuti in questa parte del mondo è vedere un'Europa che tradisce se stessa, o, almeno, quella parte migliore di se uscita dalla tragica esperienza delle due Guerre mondiali e dai Fascismi che le hanno connesse. Per non dire della fine della “Casa comune Europea” - di cui avrebbe fatto parte la stessa Russia - prospettata da un certo Michail Gorbaciov negli anni '90 del '900.
Inoltre, fino a che punto può arrivare la diffusione del militarismo e, perciò, delle armi, all'interno delle società democratiche, lo abbiamo potuto constatare recentemente con i noti fatti successi negli USA. Qualcuno ipotizza una guerra civile americana, magari sullo stile del film Civil War o del romanzo - che presenta una realtà distopica ma che rispecchia certi sviluppi sociali emergenti, anche in Italia... - Il canto del profeta. Entrambi del 2024.
In questo senso, mi sarebbe piaciuto, o, meglio, lo avrei ritenuto necessario, partecipando il 1 gennaio scorso alla “Marcia diocesana per la pace”, che qualcuno - magari il Vescovo stesso o il Sindaco che dice di esserlo in una città che si definisce come “Città per la pace” - in un contesto nel quale si facevano tanti discorsi contro le armi e le guerre, avesse detto, a conclusione della Marcia, come ha detto dell'ICE quel sindaco statunitense: “Levatevi dai coglioni soldati americani che siete a Vicenza” (espressione tipicamente milaniana, si potrebbe dire; all'incontrario, però).
Ma non l'hanno detto. Sarebbe stato curioso, e perfetto, averlo detto il giorno stesso in cui, nei confronti del Venezuela, il presidente degli USA - violando ogni norma del diritto internazionale, come sappiamo - stava facendo ciò che ha fatto. O, più precisamente, stava
facendolo fare ai suoi soldati. I quali debbono obbedire, no? Qualsiasi ordine viene loro impartito, no? Altrimenti che soldati sarebbero?
La “Pace disarmata e disarmante”, proclamata nella Marcia stessa, sulla scia di papa Leone, sarebbe stata più coerente. E la città super militarizzata avrebbe fatto più bella figura. “L'unico indizio di ciò che gli uomini possono fare è quello che hanno già fatto” si dice, in
esergo, nel finale del film Norimberga di Vanderbilt. Se dormiamo - come sonnambuli - non meravigliamoci di ciò che accadrà.
A tal proposito, non vergogniamoci di fare come Cassandra. Anzi, impariamo da lei (al di là della vulgata che l'ha ridotta, sbagliandone l'interpretazione, ad una menagrama)! Ella seppe leggere i fatti. Ci vide "dentro" (il cavallo di Troia). Non fu sonnambula, come gli altri. Non fu colei che vide il futuro (nero) ma colei che vide nel presente quello che stava avvenendo, quello che gli altri, obnubilati dal “sonno”, non vedevano.
Anche Odisseo, tanto bravo prima - "accorto" è ciò che più lo definisce - quando fu in vista di Itaca dormiva. Mentre i compagni, invidiosi e incauti, senza che lui se ne accorgesse - appunto, era vittima del 'sonno' - aprirono l'otre ricevuto nell'isola di Eolo dal re dei venti.
Cosicché si trovarono scaraventati lontano. Come oggi, o fra un po', potremmo essere anche noi.
Che fare, dunque? Ci chiedevamo questo, all'inizio. Ebbene, direi così: quello che fece Odisseo: restare. “Mi risvegliati, e fui incerto nel cuore se gettarmi giù dalla nave e morire nel mare o sopportare in silenzio e restare fra i vivi. Sopportai e rimasi”.
Ricordo che il verbo “sopportare” significa "portare-sopra" (le spalle, sottinteso), quindi ha a che fare con il "prendere su di sé" (se vogliamo, con il tollere latino). Restare, in definitiva, vuol dire assumersi la "responsabilità" del male esistente, ossia "rispondere", insieme, ad esso. In altre parole, resistere: verbo tanto caro a noi.
Allora, al posto di diventare o rimanere dei sonnambuli ci sentiremo chiamati ad essere dei sognatori "ad occhi aperti"', degli esploratori di un futuro buono e possibile. E lo saranno pure gli "anziani", come ricordava George Eliot e pure papa Francesco, richiamando un versetto biblico.
Ma qui, sulla terra. Dove e finché il “fare” ci è ancora possibile. E richiesto.
Maurizio Mazzetto
17 gennaio 2026
Maurizio Mazzetto, originario di Vicenza, è un sacerdote e attivista noto per il suo impegno sociale, in particolare per la pace, l'antifascismo e la giustizia, con forti legami con il territorio vicentino.
[Questa notizia è stata pubblicata il 18/1/2026]
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