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APPROFONDIMENTO
Il diritto e la giustizia
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La nostra lotta per il diritto

La storia umana è anche una storia del diritto, dalle Due Tavole e Dodici Parole, secondo la Bibbia scritte dal dito di Dio, ai codici di Ur e di Hammurabi, che per la prima volta stabilivano che il diritto consiste nella difesa del debole e facevano del re, cioè del potere, il padre dell'orfano e il marito della vedova, a Vasti e ad Antigone che si appellano a una legge superiore a quella scritta dai maschi, al diritto naturale che stabilisce che la verità, non l'autorità, fa la legge, al diritto positivo che istituisce la legge uguale per tutti, ai diritti umani che perfino nella guerra cercano di trattenere un residuo di ragione, alle Costituzioni postbelliche, ultime lettere della Resistenza italiana ed europea, fino alla Convenzione internazionale contro il genocidio che condanna un delitto così estremo da non avere ancora neanche il nome, e che rappresenta la soglia più alta raggiunta dal diritto nel suo cimento di realizzare, come sua gloria, la giustizia.

Il 3 gennaio 2026 non segna peraltro solo la condanna a morte del diritto; è anche il certificato di una sua morte molte volte e in diversi modi annunciata, fino al culmine del genocidio di Gaza, indifferente alle pronunzie delle Corti internazionali, perpetrato nella latitanza del Consiglio di Sicurezza e dello stesso segretario generale dell'ONU, e compiuto con la complicità di quasi tutta la comunità internazionale, con le sue armi o almeno col suo silenzio (non però dei molti di tutto il mondo che hanno navigato e manifestato “proPal” e perciò sono stati bollati come “terroristi” dai poteri selvaggi); e quando Trump chiede la grazia per Netanyahu e il Nobel per sé, opera una rilegittimazione del genocidio, la negazione della negazione. Ma, al di là di questo estremo, molte volte e sempre di nuovo la morte del diritto è stata annunciata e viene sancita: la proibizione ai rappresentanti palestinesi (compreso il presidente Abu Mazen) di mettere piede a New York per l'Assemblea generale dell'Onu (extraterritoriale); il rifiuto del negoziato per porre termine all'inutile strage della guerra in Ucraina (dagli uni e dagli altri mitizzata come “difesa”); la legittimazione italiana dell'aggressione al Venezuela insieme all'attacco contro la giurisdizione, cioè contro il potere di “dire il diritto”; l'analoga e ben più letale offesa al potere giudiziario negli Stati Uniti, fino al sovvertimento della Costituzione americana e dei suoi emendamenti, fino alle violenze poliziesche, alla deportazione degli innocenti, alle dimissioni dei procuratori federali impediti dal Dipartimento di giustizia di indagare sull'Esecutivo; e c'è da aggiungere il movente delittuoso dei crimini di Stato e delle velleità di conquista di terre, ghiacciate e no, dato dalla “competizione strategica” come modalità del rapporto internazionale; e lungo sarebbe l'elenco delle guerre non ripudiate e combattute in tutto il mondo contro la loro interdizione proclamata dal diritto internazionale e, per noi, anche costituzionale ed interno.

È chiaro perciò che da questo momento in poi nessuna cosa è più necessaria ed urgente che una lotta per il diritto, per rimetterlo al mondo, prima che la sua fine, per la concatenazione delle cause ma anche per un'inevitabile eterogenesi dei fini, ci porti a un immane disastro.

Come è stato giustamente sostenuto dal fisico Carlo Rovelli il terreno dell'attuale rapporto tra gli Stati non può più essere quello di un conflitto tra “democrazie” e “autocrazie”, tra Est ed Ovest, tra Stati Uniti, Bruxelles, Russia e Cina, ma tutti insieme dobbiamo batterci per ristabilire il diritto come regola della vita internazionale e “sicurezza” per tutta la Terra.

Ma come farlo? Prima del Covid avevamo pensato che potesse promuoversi una Costituzione per tutta la Terra; poi si è scatenato l'inferno, e abbiamo capito che una sola Costituzione per tutti, per tutte le Nazioni, per tutte le culture, non si può fare. Ed oggi è chiaro che il diritto non può ristabilire il diritto; esso non basta a salvarci, quando nega se stesso. A questo punto bisogna ricorrere a un'istanza più alta. Agli albori della modernità, quando si trattava di passare dal regime di cristianità allo Stato secolare, secondo Carl Schmitt risuonò un grido: tacete teologi, in un compito non più vostro. La parola passava ai giuristi. Oggi, quando vengono spregiati i giuristi, la parola è passata ai tecnocrati e agli azionisti. È tempo che il compito lo prendiamo nelle nostre mani, che la parola passi ai cittadini tutti. È dalla società che viene il diritto, non dal diritto nasce la società. Il Nobel per la pace se lo devono guadagnare i popoli, con le loro culture, la loro informazione e le loro politiche. L'Occidente in declino sembra incapace di farlo. Ma perfino la Cina ha avuto la sua rivoluzione culturale, e la Russia la perestroika. Per questo abbiamo scritto, nell'ultima newsletter, che ora ci vuole un Sessantotto delle Nazioni.

 

Gustizia e vendetta

Data la condanna a morte del diritto da parte dei governi e degli Stati (dalla legittimazione internazionale del genocidio di Gaza, alla rivendicazione politica del crimine da parte di Trump, alla guerra contro la giurisdizione della Meloni) il compito della difesa e del ristabilimento del diritto sulla Terra deve passare nelle mani dei popoli, cioè di tutti i cittadini, come per un grande Sessantotto delle Nazioni, capace di deporre i senza legge dai troni.

Ed ecco subito un segnale gravissimo in contrario: passa nei media come un'ovvia rivendicazione popolare che i parenti delle giovani vittime del rogo della discoteca svizzera, e per estensione il popolo italiano e il suo governo, ottengano giustizia vedendo gli sconsiderati coniugi gestori del locale in carcere, sottoposti a una pena preventiva effettiva prima di una condanna, prima di un processo, prima di qualsiasi possibilità di difesa, prima del confronto tra accusa e difesa, prima che la regola del diritto tanto esaltata dalle “democrazie” contro gli “zar” e le autocrazie abbia potuto produrre con le sue studiate procedure una sentenza sia pure di primo grado.

Addirittura poi si è arrivati al richiamo del nostro ambasciatore a Berna, come si faceva all'atto della consegna di una dichiarazione di guerra quando la guerra aveva ancora i suoi lustrini; e il nostro ministro degli esteri (!) ha preteso di dettare legge alla giustizia svizzera e di interferire sulle competenze dai Cantoni con la doppia infrazione dell'ingerenza di uno Stato estero e della prevaricazione di un potere politico su quello giudiziario.

Tutto questo vuol dire una sola cosa: che apparterrebbe alla cultura comune l'idea che fare giustizia significa avere vendetta. Tu hai fatto un male a me, io voglio che sia inflitto un male corrispondente a te (uguale o peggiore: la pena di morte, l'ergastolo rispondono a questa logica). È del tutto ignorato (governo, media e senso comune) che nella nostra civiltà del diritto le pene non hanno una funzione afflittiva ma devono tendere alla rieducazione del condannato (art. 27 della Costituzione), che l'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva, che la libertà personale è inviolabile e non è ammessa alcuna detenzione se non per decisione motivata del giudice (art. 13 della Costituzione), in ciò rientrando la carcerazione preventiva come misura cautelare allo scopo di impedire un prevedibile tentativo di fuga (ciò che si può giudicare ugualmente garantito da un'alta cauzione) o un occultamento delle prove di un delitto.

La vibrante reazione alla decisione della magistratura svizzera secondo cui questa misura cautelare non sarebbe necessaria nel caso in questione (che, certo, può essere discussa e giudicata imprudente) viene dalla stessa cultura che produce la giustizia sommaria, gli abusi polizieschi, l'occhio per occhio e frattura per frattura, e non ha più nulla a che fare con quella civilizzazione della giustizia penale che va da Cesare Beccaria alla Costituzione, al nostro Mario Gozzini che ne promosse la traduzione in legge, prima che arrivassero Salvini e Piantedosi.

Perché tanto allarme per un episodio in fondo circoscritto, che può considerarsi una reazione emotiva a un evento che ha suscitato impressione e dolore? Perché se il diritto viene meno nella coscienza comune e rovesciato nel privato, cade anche nel pubblico, non è quello che ci può evitare di cadere nella guerra mondiale.

Nel sito pubblichiamo il discorso del premier canadese al vertice di Davos, perché dà una interpretazione autentica del preteso ordine internazionale fondato sulle regole come di una utile funzione ad uso dei potenti, e perché propone una lungimirante visione di un diverso modo di concepire le relazioni internazionali; pubblichiamo anche un estratto di un vecchio libro di Noam Chomsky e Pappé che proponevano quanto oggi è diventato evidente, e cioè che un antidoto al genocidio dei palestinesi sta in un cambiamento del regime in Israele e in un recupero dell'unità della Palestina in un unico Stato pluralistico, accogliente per ambedue i popoli.

da “Prima Loro” (Raniero La Valle)
20 e 26 gennaio 2026

 

 

 

[Questa notizia è stata pubblicata il 26/1/2026]
Immagine: Wikimedia Commons


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