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LE RAGIONI DEL NO E LE RAGIONI DEL SÌ
Voci a confronto sul referendum
Scarica immagine2026-01-17 REFERENDUM_Giudici

Una rilettura incoraggiata dalla chiarezza, dalla franchezza, dalla pacatezza e dal rispetto reciproco, sia pure da posizioni diverse ovvia­mente, anzi piuttosto contrappo­ste. È quanto si è potuto leggere dalle pagine di “Avveni­re” in un resoconto giornalistico dettagliato, a firma di Danilo Paolini, sull'iniziativa del Movimen­to studenti di Azione cattolica per fare spazio ad un webinar in cui confrontare le posi­zioni nettamente delineate per il sì o il no al referendum costituzio­nale sulla giustizia. Merita fermarsi a riprende­re gli spunti del dibattito, per pro­vare a farsi attenti ed informati sulla posta in gioco alle urne.

Intanto i due team erano così composti: per il NO la deputata del M5s Ida Carmina e il procurato­re capo di Bari Roberto Rossi. Per il SÌ il costituzionalista ed ex-par­lamentare Dem Stefano Ceccanti e l'avvocato penalista Giuseppe Onorato del Foro di Sassari. Citiamo abbondantemente da “Avveni­­re” per avere materia su cui riflettere e poi esprimersi.

Pubblico ministero condizionato dalla politica?

Si comincia “sul rischio di un pubblico mini­stero condizionato dalla politica, come affermano i contrari alla ri­forma, come conseguenza della se­parazione delle carriere dei magi­strati giudicanti e requirenti”. Ed ecco l'intervento di Ida Carmina (per il NO): “Nella riforma costitu­zionale non c'è scritto, ma la sepa­razione delle carriere isolerà il PM e ne farà una figura di parte alla ricerca del 'risultato' ovvero del­la condanna dell'imputato, e non alla ricerca della verità. Oggi il 62% delle inchieste non finisce in un rinvio a giudizio e il 50% dei pro­cessi termina con un'assoluzione, spesso chiesta dallo stesso rappre­sentante della pubblica accusa. Nel nuovo sistema invece il Pm sarà più influenzabile, soprattutto per il maggior peso della politica negli organi di autogoverno della magi­stratura”.

Che vuol dire CSM diviso in due?

D'avviso opposto Ceccanti, per il SÌ: “La divisione in due del Consi­glio superiore della magistratura è soltanto una naturale conseguenza dell'art. 111 della Costituzione sul 'giusto processo'...”. E qui Ceccanti risale al 1999 con la Commissione bicamerale D'Alema, per ricorda­re che “molte giurisdizioni anco­ra non accettavano il cambiamen­to del processo da inquisitorio ad accusatorio, introdotta dieci anni prima dal Codice Vassalli; quindi, si decise di fare una riforma costi­tuzionale”. Così “il nuovo art. 111 stabilisce che 'ogni processo si svol­ge nel contradditorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti ad un giudice terzo ed imparziale”. Con il PM che è una “parte”.

“Perciò non ci può essere un organo unico di governo del sistema, il CSM, dove stanno insieme il giudice terzo e una delle due parti del processo”. Per Ceccanti, come da resoconto giornalistico, “questa riforma pote­va e doveva farsi in maniera condi­visa in Parlamento senza ricorrere al referendum confermativo, anche se - ha detto - l'Associazione magi­strati è contraria, ma era contraria anche al Codice Vassalli, al nuovo art. 111, alla riforma Cartabia'...”.

Come si è arrivati a questa riforma?

Per il procuratore Roberto Ros­si, per il NO, "non si può non tenere conto di quella che è stata la proce­dura di formazione di questa rifor­ma costituzionale e anche dell'at­tuale temperie politica. La riforma è nata da un disegno di legge gover­nativo che non è stato modificato in nulla. Tutte le proposte delle op­posizioni a tutela dell'indipenden­za del pubblico ministero sono sta­te respinte dalla maggioranza.

Non dobbiamo cadere nell'errore di una lettura astratta delle norme. Qui c'è una rottura del sistema democratico in un organo costituzionale, con l'e­liminazione dell'elezione dei consi­glieri togati del CSM”. Per cui, ritiene il magistrato, “il PM si troverà a do­ver andare in una certa direzione”.

L'avvocato Giuseppe Onorato, per il SÌ, guardando al futuro del­la riforma (“pur con tanti limiti”) si esprime così: “Non credo che la separazione delle carriere dei ma­gistrati metterà su un piano di as­soluta parità l'accusa e la difesa - premette -, però comunque penso che, nel giro di un paio di generazio­ni, si potrà avere una distinzione ef­fettiva, anche sotto il profilo cultu­rale, tra i magistrati che giudicano e quelli che sono parte del processo”.

Si è toccato il tasto anche dell'Alta Corte disciplinare. Per Carmi­na, “la Sezione disciplinare del CSM ha fin qui dato buona prova di sé e non c'è ragione di cambiare sistema”. Il procuratore Rossi “contesta anche 'la narrazione' di una magistratura in preda a derive correntizie, sottolineando come l'82% delle recenti nomine direttive al CSM siano avvenute all'unanimità”. Ceccanti ricorda invece che “tra i primi a proporre l'Alta Corte fu Livio Paladin, partigiano azioni­sta e presidente della Corte costi­tuzionale a metà anni '80”.

Il sorteggio. Come valutarlo?

Infine, la questione del sorteg­gio per selezionare i membri toga­ti del Csm e dell'Alta Corte. Per Ida Carmina e il procuratore Roberto Rossi (per il NO) “il meccanismo in­debolisce la componente togata ri­spetto a quella politica (per la qua­le l'estrazione avverrà in un elenco di nomi indicati dalle Camere), so­prattutto perché quando ci si affida alla sorte non c'è garanzia di quali­tà e capacità”.

Invece da Ceccanti e Onorato (per il SÌ), “il sorteggio è 'perfettamente' legittimo, tanto che già esiste per i 16 'giudici aggregati' alla Corte costituzionale chiamati a giudicare il presidente della Re­pubblica in caso di accusa per alto tradimento o attentato alla Costi­tuzione, nonché per giudici popolari delle Corti d'assise che possono condannare una persona all'ergastolo”.

da l'Unione monregalese, n. 8, 25 fennraio 2026, pag. 5

 

 

 

[Questa notizia è stata pubblicata il 5/3/2026]
Immagine: Google Gemini.


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