
Una rilettura incoraggiata dalla chiarezza, dalla franchezza, dalla pacatezza e dal rispetto reciproco, sia pure da posizioni diverse ovviamente, anzi piuttosto contrapposte. È quanto si è potuto leggere dalle pagine di “Avvenire” in un resoconto giornalistico dettagliato, a firma di Danilo Paolini, sull'iniziativa del Movimento studenti di Azione cattolica per fare spazio ad un webinar in cui confrontare le posizioni nettamente delineate per il sì o il no al referendum costituzionale sulla giustizia. Merita fermarsi a riprendere gli spunti del dibattito, per provare a farsi attenti ed informati sulla posta in gioco alle urne.
Intanto i due team erano così composti: per il NO la deputata del M5s Ida Carmina e il procuratore capo di Bari Roberto Rossi. Per il SÌ il costituzionalista ed ex-parlamentare Dem Stefano Ceccanti e l'avvocato penalista Giuseppe Onorato del Foro di Sassari. Citiamo abbondantemente da “Avvenire” per avere materia su cui riflettere e poi esprimersi.
Pubblico ministero condizionato dalla politica?
Si comincia “sul rischio di un pubblico ministero condizionato dalla politica, come affermano i contrari alla riforma, come conseguenza della separazione delle carriere dei magistrati giudicanti e requirenti”. Ed ecco l'intervento di Ida Carmina (per il NO): “Nella riforma costituzionale non c'è scritto, ma la separazione delle carriere isolerà il PM e ne farà una figura di parte alla ricerca del 'risultato' ovvero della condanna dell'imputato, e non alla ricerca della verità. Oggi il 62% delle inchieste non finisce in un rinvio a giudizio e il 50% dei processi termina con un'assoluzione, spesso chiesta dallo stesso rappresentante della pubblica accusa. Nel nuovo sistema invece il Pm sarà più influenzabile, soprattutto per il maggior peso della politica negli organi di autogoverno della magistratura”.
Che vuol dire CSM diviso in due?
D'avviso opposto Ceccanti, per il SÌ: “La divisione in due del Consiglio superiore della magistratura è soltanto una naturale conseguenza dell'art. 111 della Costituzione sul 'giusto processo'...”. E qui Ceccanti risale al 1999 con la Commissione bicamerale D'Alema, per ricordare che “molte giurisdizioni ancora non accettavano il cambiamento del processo da inquisitorio ad accusatorio, introdotta dieci anni prima dal Codice Vassalli; quindi, si decise di fare una riforma costituzionale”. Così “il nuovo art. 111 stabilisce che 'ogni processo si svolge nel contradditorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti ad un giudice terzo ed imparziale”. Con il PM che è una “parte”.
“Perciò non ci può essere un organo unico di governo del sistema, il CSM, dove stanno insieme il giudice terzo e una delle due parti del processo”. Per Ceccanti, come da resoconto giornalistico, “questa riforma poteva e doveva farsi in maniera condivisa in Parlamento senza ricorrere al referendum confermativo, anche se - ha detto - l'Associazione magistrati è contraria, ma era contraria anche al Codice Vassalli, al nuovo art. 111, alla riforma Cartabia'...”.
Come si è arrivati a questa riforma?
Per il procuratore Roberto Rossi, per il NO, "non si può non tenere conto di quella che è stata la procedura di formazione di questa riforma costituzionale e anche dell'attuale temperie politica. La riforma è nata da un disegno di legge governativo che non è stato modificato in nulla. Tutte le proposte delle opposizioni a tutela dell'indipendenza del pubblico ministero sono state respinte dalla maggioranza.
Non dobbiamo cadere nell'errore di una lettura astratta delle norme. Qui c'è una rottura del sistema democratico in un organo costituzionale, con l'eliminazione dell'elezione dei consiglieri togati del CSM”. Per cui, ritiene il magistrato, “il PM si troverà a dover andare in una certa direzione”.
L'avvocato Giuseppe Onorato, per il SÌ, guardando al futuro della riforma (“pur con tanti limiti”) si esprime così: “Non credo che la separazione delle carriere dei magistrati metterà su un piano di assoluta parità l'accusa e la difesa - premette -, però comunque penso che, nel giro di un paio di generazioni, si potrà avere una distinzione effettiva, anche sotto il profilo culturale, tra i magistrati che giudicano e quelli che sono parte del processo”.
Si è toccato il tasto anche dell'Alta Corte disciplinare. Per Carmina, “la Sezione disciplinare del CSM ha fin qui dato buona prova di sé e non c'è ragione di cambiare sistema”. Il procuratore Rossi “contesta anche 'la narrazione' di una magistratura in preda a derive correntizie, sottolineando come l'82% delle recenti nomine direttive al CSM siano avvenute all'unanimità”. Ceccanti ricorda invece che “tra i primi a proporre l'Alta Corte fu Livio Paladin, partigiano azionista e presidente della Corte costituzionale a metà anni '80”.
Il sorteggio. Come valutarlo?
Infine, la questione del sorteggio per selezionare i membri togati del Csm e dell'Alta Corte. Per Ida Carmina e il procuratore Roberto Rossi (per il NO) “il meccanismo indebolisce la componente togata rispetto a quella politica (per la quale l'estrazione avverrà in un elenco di nomi indicati dalle Camere), soprattutto perché quando ci si affida alla sorte non c'è garanzia di qualità e capacità”.
Invece da Ceccanti e Onorato (per il SÌ), “il sorteggio è 'perfettamente' legittimo, tanto che già esiste per i 16 'giudici aggregati' alla Corte costituzionale chiamati a giudicare il presidente della Repubblica in caso di accusa per alto tradimento o attentato alla Costituzione, nonché per giudici popolari delle Corti d'assise che possono condannare una persona all'ergastolo”.
da l'Unione monregalese, n. 8, 25 fennraio 2026, pag. 5
[Questa notizia è stata pubblicata il 5/3/2026]
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