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LA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA SUL REFERENDUM GIUSTIZIA
Nessuna indicazione di voto dalla CEI, ma un criterio per scegliere
Scarica immagine2026-03-05 Matteo_Maria_Zuppi_(46208127221)_WikiCommons

In un tempo in cui tutto viene tra­dotto in appartenenza, anche le parole della Chiesa finiscono inevitabilmente dentro una logica binaria: con noi o contro di noi. È acca­duto anche in queste settimane, dopo l'intro­duzione del card. Matteo Zuppi al Consiglio permanente della CEI, letta da molti come un orientamento di voto sul referendum costitu­zionale sulla giustizia. Al punto da rendere necessaria una nota esplicativa. Ma davvero sia­mo di fronte a una scelta di campo?

Se si leggono integralmente le paro­le pronunciate, si trova un richiamo a prin­cipi: l'equilibrio tra i poteri dello Stato, l'autonomia e l'indipendenza della magi­stratura, l'eredità dei Padri costituenti. Non si trova un'indicazione di voto. Non si tro­va un “sì” né un “no”. Si trova un criterio. E una differenza sostanziale.

La Chiesa, quando interviene su questio­ni istituzionali, richiama i fondamenti. Non entra - salvo casi che toccano direttamente principi morali fondamentali - nella scelta tecnica tra modelli alternativi. Lo stesso dirit­to canonico ricorda che su materie opinabili i fedeli godono di legittima libertà (cfr. can. 227) e che non ogni opzione politica può es­sere presentata come dottrina della Chiesa.

Il referendum sulla giustizia rientra in questo ambito: non riguarda un principio non negoziabile, ma un assetto istituzionale sul quale possono esistere valutazioni differenti. Il punto decisivo dell'introduzione non è l'esito del voto ma la partecipazione. In un cli­ma di disaffezione e astensionismo, l'invito a "recarsi alle urne” non è un dettaglio. È un richiamo alla corresponsabilità democratica In un Paese in cui la partecipazione si assot­tiglia, questo è già un messaggio politico nel senso più alto del termine: non partitico, ma civico.

È vero: la partecipazione a incontri pro­mossi da associazioni o movimenti che porta­no avanti una delle opzioni referendarie può alimentare la percezione di uno schieramento. Ma la distinzione tra l'organismo collegia­le della CEI e la libertà personale di un singolo pastore resta essenziale. Non ogni intervento individuale diventa linea ufficiale. Confondere i piani significa leggere la Chiesa come se fosse un partito, con disciplina interna e indicazioni vincolanti. Non è così.

Il problema, forse, sta altrove. Viviamo in un contesto in cui ogni parola viene immedia­tamente tradotta in allineamento. Se richiami l'equilibrio dei poteri, sei contro la riforma. Se parli di riforma, sei contro l'equilibrio. È una semplificazione che impoverisce il dibattito pubblico e rende impossibile un discorso fondato sui criteri.

La tradizione recente della Cei mostra una linea costante: intervenire sui principi, non sulle soluzioni tecniche; richia­mare il bene comune, non sostituirsi al discer­nimento dei laici; invitare alla partecipazione non dettare l'esito.

Forse il vero nodo è proprio questo. La ma­turità democratica dei cattolici non consiste nell'attendere istruzioni, ma nel formare una coscienza informata. La Chiesa non abdica al suo compito quando non indica un voto; al contrario, lo esercita fino in fondo quando educa al discernimento

Ridurre tutto a una scelta di campo vuol dire non riconoscere questa differenza. E significa -ancora una volta - chiedere alla Chiesa di esse­re ciò che non è: un attore di parte in una com­petizione politica. Le parole pronunciate non chiedevano di votare in un modo. Chiedevano di votare responsabilmente.

È meno spettaco­lare. Ma è più esigente.

Agenzia SIR, da l'Unione monregalese, n. 8, 25 febbraio 2026, pag. 61

 

 

 

[Questa notizia è stata pubblicata il 5/3/2026]
Immagine: Wikimedia Commons.

 

 


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