07/03/2026-Articoli
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PAROLE O_STILI
La squalifica del giornalismo

Le Olimpiadi si misurano in medaglie, ma anche in parole. Le parole scelte dai media contribuiscono a costruire l'immaginario collettivo, a orientare lo sguardo, a definire ciò che consideriamo normale. E quest'anno, a finire sotto osservazione, non sono stati solo gli atleti e le atlete in gara, ma proprio le modalità con cui il giornalismo ha scelto di raccontarli.
I giornalisti di Rai Sport hanno annunciato il ritiro delle firme dalle telecronache e dai servizi olimpici fino al termine dei Giochi, in segno di protesta contro la direzione di Paolo Petrecca dopo una cerimonia di apertura segnata da imprecisioni e gaffe. Nel comunicato si parla di danno all'immagine professionale e di una gestione editoriale inadeguata. Una vicenda che riporta al centro un tema spesso invisibile ma fondamentale: la qualità dell'informazione come responsabilità, editoriale e non solo.
Le gaffe di Petrecca, arrivate persino sul New York Times e sul Washington Post, non sono state le uniche in cui il giornalismo italiano (ma non solo) è incappato in questi giorni. Ha fatto discutere il caso di Jutta Leerdam, la pattinatrice olandese che ha conquistato l'oro nei 1000 metri di speed skating, firmando un nuovo record olimpico. Ma Leerdam è anche la compagna di Jake Paul, pugile e youtuber statunitense, e inmolti l'hanno citata prima per questa relazione che per il record stabilito. Altri si sono concentrati sul suo aspetto fisico, sulla zip della tuta abbassata durante i festeggiamenti, sul trucco sciolto dalle lacrime. Maurizio Crosetti, ad esempio, l'ha descritta su Repubblica come una “dolce Venere di rimmel” e “una Chiara Ferragni senza pandoro”.
Non è un caso isolato. Lo abbiamo già visto con Lindsey Vonn e le reazioni alla sua decisione di competere infortunata, chiedendoci se i giudizi sarebbero stati così severi se fosse stata un uomo. Sono modalità di racconto che cambiano a seconda del genere del soggetto e che diventano ancora più chiare quando le protagoniste sono anche madri.
Francesca Lollobrigida, ad esempio: due medaglie d'oro e negli articoli che raccontano le sue vittorie si leggono espressioni come “mamma olimpica”, “mamma volante”, “mamma d'oro”. Parallelamente, però, quando si parla del collega Davide Ghiotto ecco che il focus va sui suoi record, la preparazione, il calendario gare e persino la passione per la musica metal. Nessuno parla di lui come un “papà atleta”, nonostante abbia rilasciato interviste con il figlio in braccio.
Nell'ultimo numero di ThePeriod, Corinna De Cesare mette a fuoco un punto semplice e scomodo: quando una campionessa viene raccontata prima come madre o come corpo e solo dopo come atleta, non siamo davanti a un dettaglio stilistico. È una scelta culturale. È il segno di uno sguardo che fatica a restare sull'impresa e scivola, quasi automaticamente, dentro categorie già pronte.
Ecco perché il racconto conta. Perché tra una medaglia descritta come risultato di talento e preparazione e una medaglia trasformata in ornamento c'è una differenza sostanziale. Se lo sport si gioca sul campo, la cultura si gioca nelle parole. E su quel terreno la responsabilità è reale.
dalla newsletter di «Parole O_Stili» del 16 febbraio 2026
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