07/03/2026-Articoli
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PAROLE O_STILI
Il Festival delle parole usate male

Sal Da Vinci è il vincitore dell'edizione 2026 del Festival di Sanremo, la seconda guidata dalla direzione artistica da Carlo Conti. Anche quest'anno l'idea era di proporre una kermesse più sobria e più misurata, lontana dagli scandali e dalle polemiche, e in effetti la sensazione che non sia successo niente c'è stata.
I numeri, però, raccontano una storia diversa. Con oltre 10 milioni di spettatori di media e uno share che nella finale ha sfiorato il 69%, a cui si aggiungono 1,2 miliardi di visualizzazioni video sui social, il Festival resta un catalizzatore nazionale. Un evento che occupa contemporaneamente televisione, piattaforme digitali e conversazioni online, capace di raggiungere una quota amplissima della popolazione. Di cose da dire ce ne sarebbero tantissime: pensiamo alla tradizione dei meme, che anche quest'anno ha popolato i principali social di contenuti in real time, al disastroso spot realizzato con IA da Tim o all'intervista alla Bambole di Pezza, durante la quale è diventato evidente perché ci sia ancora tanto bisogno di femminismo.
E in effetti, considerata la battuta di Carlo Conti alla moglie poco dopo l'intervento e le domande fatte a Gino Cecchettin durante il momento dedicato alle vittime di femminicidio, è evidente che c'è ancora molto da imparare. Com'è ancora evidente dalla presentazione di Francesca Lollobrigida, due volte sul primo gradino del podio alle ultime Olimpiadi di Milano-Cortina e comunque introdotta come “mamma d'oro”, la persistenza di una narrazione che continua a definire le donne attraverso la maternità. Non sembrano esserci stati progressi nemmeno nel modo in cui si racconta la disabilità: persone definite “speciali”, atleti paralimpici celebrati come “eroi”, storie personali incorniciate dentro registri pietistici o edificanti.
Certo, non sembrano episodi clamorosi e non hanno causato scandali. Forse avrebbero dovuto, proprio perché ci mostrano come il linguaggio che utilizziamo continui a portare con sé automatismi culturali profondi.
E su un palco così importante, ciò che sembra marginale non lo è mai davvero.
dalla newsletter di «Parole O_Stili» del 2 marzo 2026
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