07/03/2026-Articoli
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PAROLE O_STILI
(Non) solo canzonette

Anche quest'anno la parola più ricorrente sul palco dell'Ariston è «amore». Non l'amore da favola, però: quello di cui canteranno tanti artisti e artiste è un sentimento imperfetto, fragile, spesso attraversato da ansia e dipendenze emotive. Nei testi in gara compaiono relazioni complicate, identità in costruzione, crescita personale raccontata come fatica più che come traguardo. È un Festival che parla molto di interiorità e di inquietudini private che diventano condivise.
Accanto a questa dimensione più intima, però, emerge anche una vena di critica sociale. Nayt, ad esempio, mette al centro il potere dei like (ti ricordi di quando abbiamo detto che ogni pollice in su è una presa di posizione?) e la misura digitale del valore personale, raccontando una generazione che si confronta con l'approvazione continua e con l'ansia da visibilità. Dargen D'Amico, invece, inserisce una riflessione sui limiti della tecnologia, ricordando che non tutto può essere delegato all'intelligenza artificiale e che l'esperienza umana rimane insostituibile. E poi c'è Ermal Meta, che affronta esplicitamente il tema di Gaza e trasforma una ninna nanna in un lamento per una bambina palestinese uccisa sotto le bombe.
Le parole del Festival ci restituiscono, insomma, l'immagine di un presente segnato da fragilità, precarietà, guerre e cambiamenti tecnologici con cui ci troviamo spesso a confrontarci senza gli strumenti adatti; uno specchio linguistico che riflette le nostre preoccupazioni, i nostri desideri e i nostri bisogni.
dalla newsletter di Parole O_Stili, numero del 23 febbraio 2026
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