
La Giunta comunale di Trento propone l'introduzione della «cittadinanza di comunità» per gli studenti stranieri residenti che abbiano completato un ciclo scolastico locale.
L'iniziativa, illustrata dall'assessora alle politiche sociali, Giulia Casonato, prevede una modifica allo Statuto comunale per valorizzare i percorsi di integrazione culturale e scolastica.
Secondo Casonato, l'atto punta a far sentire i giovani parte integrante della comunità e a sollecitare un dibattito nazionale su ius soli e ius scholae.
[fonte Facebook]
Nel merito, riprendiamo quanto scritto dal sindaco di Trento, Franco Ianeselli.
Sulla cittadinanza una scelta di umanità
Non è di parte, non è un atto di arroganza ideologica la proposta del comune di Trento di istituire la «cittadinanza di comunità», riconoscimento simbolico per i minori stranieri residenti nel capoluogo che abbiamo completato almeno un ciclo scolastico.
Proverò a spiegarne le ragioni.
Nelle scuole italiane ci sono oltre 900mila studenti con cittadinanza non italiana. Secondo i dati del Ministero dell'istruzione, almeno i due terzi di queste ragazze e di questi ragazzi sono nati in Italia. Dunque parlano perfettamente l'italiano e spesso anche il dialetto, imparano alle elementari le filastrocche di Gianni Rodari e, più tardi, studiano Dante, Manzoni e Svevo. Anche se i loro genitori provengono dal Pakistan o dal Marocco, è la cultura italiana il loro orizzonte di riferimento, non quella di un Paese in cui talvolta non hanno mai vissuto.
Questi ragazzi vivono da sempre in una condizione di limbo. E non solo dal punto di vista dell'identità, questione che in giovane età è tutt'altro che da sottovalutare, ma anche dal punto di vista burocratico. Le storie le conosciamo dai giornali: c'è chi non può andare in gita all'estero «perché non ha i documenti giusti», chi deve rinunciare all'Erasmus, chi non può rappresentare l'Italia in competizioni sportive di alto livello e via elencando.
Ma a prescindere da tutte queste singole ingiustizie, io credo che ognuno di noi dovrebbe farsi una domanda: è giusto che per qualcuno gli anni della formazione e della crescita siano un percorso ad ostacoli? È giusto che ci sia un muro invisibile che separa i minori stranieri dagli altri, è giusto sottrarre a un giovane opportunità e senso di appartenenza? Se chiedessimo ai nostri figli di rispondere, io credo che non avrebbero esitazioni. Che l'identità italiana sia plurale per loro è un fatto, un'ovvietà sperimentata quotidianamente. Del resto, basta entrare nel giardino di un nido o di una scuola materna oppure in qualsiasi aula per rendersi conto che la diversità è la regola e che tenere la testa voltata all'indietro serve a ben poco.
Purtroppo questa evidenza non è così lampante per il Parlamento, che non trova una mediazione sulle plurime proposte di legge riguardanti lo ius scholae, ovvero la concessione della cittadinanza a quei ragazzi che abbiano frequentato uno (o più) cicli scolastici in Italia e dunque siano di fatto già integrati dal punto di vista culturale e sociale.
Da qui, da questa situazione ingiusta, è nata l'idea di avviare, a Trento come già in altre città d'Italia, un'iniziativa che è simbolica ma non per questo meno importante. Si tratta appunto della «cittadinanza di comunità» per i minori stranieri che abbiano completato almeno un ciclo scolastico. La proposta è stata naturalmente condivisa preliminarmente con le scuole, che ci hanno confermato l'esigenza di lavorare a livello cittadino sulla questione delle identità plurali e del senso di appartenenza, a beneficio di tutti, non solo dei minori di origine straniera.
Sappiamo bene che questa «cittadinanza di comunità» non ha alcun effetto giuridico, ma sappiamo anche che se tutti i comuni la adottassero forse il Parlamento si sentirebbe in dovere di trovare un accordo e di legiferare. La storia ci insegna, infatti, che è la società a mettere in moto le riforme: pensiamo alla legge sul divorzio, allo statuto dei lavoratori, alla legge sull'aborto o alla legge Basaglia che ha cambiato radicalmente l'approccio alla salute psichiatrica. Pensiamo alla più recente legge sulle unioni civili. Si tratta di svolte incoraggiate dalla pressione popolare, dalla consapevolezza diffusa che era tempo di cambiare direzione. Avremmo potuto istituire la «cittadinanza di comunità»> con una delibera di Giunta o tramite l'approvazione di un ordine del giorno come hanno fatto altri Comuni. Abbiamo voluto percorrere la strada più lunga e complessa della modifica dello Statuto perché crediamo che la nostra non sia una battaglia di parte. Difendere i diritti dei bambini e dei ragazzi non lo è o per lo meno non dovrebbe mai esserlo. L'auspicio dunque è che la «cittadinanza di comunità» sia approvata da un numero di consiglieri che va oltre il perimetro della coalizione di governo, in modo da raggiungere e se possibile superare la maggioranza qualificata necessaria per le modifiche statutarie.
Ci dispiace che qualcuno svilisca questa iniziativa sostenendo che stiamo cercando voti e che agiamo per ragioni ideologiche. La nostra è una scelta che vuole sensibilizzare su una questione che, piuttosto, ha a che fare con l'umanità, con l'uguaglianza, con la necessità di includere e di garantire a tutte le ragazze e a tutti i ragazzi pari opportunità e pari diritti. In piena coerenza con il nostro statuto che, già nelle sue premesse, definisce Trento «città del confronto tra le grandi categorie del pensiero: religioso, politico e sociale». Come ha scritto Yascha Mounk, la costruzione di una democrazia inclusiva è la grande prova e insieme la posta in gioco del Ventunesimo secolo. Il suo successo dipende da noi e dalle istituzioni che riusciremo a costruire.
(da l'Adige del 14 maggio 2026, pagg. 1 e 39)
[Questa notizia è stata pubblicata il 16/5/2026]
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