
Un migliaio di italo-israeliani è arruolato nell'IDF
È operativo a Gaza e in Cisgiordania
In risposta alla richiesta di accesso civico all'informazione, sfruttando la legge israeliana sulla libertà di informazione (Freedom of Information Law), presentata dall'avvocato Elad Man per conto dell'ONG «Hatzlacha» (Per la promozione di una società equa) - organizzazione fondata nel 2008 da avvocati, economisti e accademici, che si occupa di tutele legali e conformità normative - le Forze armate israeliane (IDF) hanno rivelato che dei 634.000 soldati in servizio nell'IDF (circa 169.000 membri attivi e 465.000 riservisti) quasi il 18% possiede una doppia o multipla cittadinanza. I cittadini statunitensi ed europei sono la maggioranza assoluta di quel gruppo.
Questa la lista dei paesi occidentali di provenienza:
- Stati Uniti: 12.135 doppia cittadinanza (più 1.207 con cittadinanze multiple);
- Francia: 6.127 doppia (più 337 con cittadinanze multiple);
- Russia: 5.067 doppia (più 102 con cittadinanze multiple);
- Germania: 3.901 doppia (più 292 con cittadinanze multiple);
- Ucraina: 3.210 doppia (più 56 con cittadinanze multiple);
- Regno Unito: 1.686 doppia (più 383 con cittadinanze multiple);
- Romania: 1.675 doppia;
- Polonia: 1.668 doppia;
- Canada: 1.185 doppia;
- Ungheria: 885 doppia;
- Italia: 828 doppia (con altri 100 che possiedono passaporti multipli, portando il totale a 928);
- Paesi Bassi: 559 doppia;
- Belgio: 406 doppia;
- Austria: 390 doppia;
- Svizzera: 373 doppia;
- Spagna: 372 doppia;
- Repubblica Ceca: 309 doppia.
Queste migliaia di cittadini occidentali che militano nell'esercito israeliano nel contesto della guerra genocida a Gaza e nel sostegno ai coloni in Cisgiordania sollevano interrogativi sulla responsabilità legale internazionale riguardante i cittadini stranieri implicati in presunti crimini di guerra contro i palestinesi.
La pubblicazione di questo rapporto ha suscitato un importante dibattito internazionale e messo in moto pressioni legali in diversi paesi d'origine dei soldati, per verificare eventuali violazioni delle leggi locali sul servizio militare all'estero o la loro potenziale partecipazione a crimini di guerra.
Colpevoli di crimini di guerra
A seguito delle informazioni diffuse, alcune organizzazioni per i diritti umani in vari paesi del mondo stanno cercando di identificare e perseguire i loro concittadini per il loro coinvolgimento in crimini di guerra, in particolare a Gaza.
Dal 7 ottobre 2023 a maggio 2026, la guerra genocida di Israele ha causato nella Striscia di Gaza 72.772 morti accertati, 10.000 dispersi sotto le macerie e 172.707 feriti. Tra i morti 21.200 sono minori (0-17 anni).
In Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, operazioni delle IDF e attacchi da parte dei coloni hanno ucciso più di 1.062 persone, tra cui 231 minori, provocato migliaia di feriti, svuotato decine di villaggi dai loro storici abitanti, distrutto proprietà agricole, abitazioni, scuole e luoghi di culto. Tutte azioni che il diritto internazionale configura come crimini di guerra e crimini contro l'umanità. Tornando ai nostri connazionali che militano nell'IDF, osserviamo che le normative del nostro paese sulla cittadinanza per chi presta servizio militare all'estero, pur prevedendo eccezioni importanti, sono piuttosto specifiche e mirano a prevenire conflitti di lealtà. Un'eccezione importante contenuta nel nostro quadro giuridico permette ai cittadini con doppia cittadinanza l'adempimento degli obblighi militari nel paese di residenza o di seconda cittadinanza. Ad oggi, il nostro Governo non ha emesso provvedimenti che impongano ai bi-nazionali di abbandonare le IDF. Pertanto, il servizio militare in Israele è legale e di conseguenza non comporta la perdita della cittadinanza italiana.
Sebbene la cittadinanza sia tutelata, il singolo militare resta penalmente responsabile dei suoi atti a livello internazionale. Questo significa che se un cittadino italiano, anche con doppio passaporto, venisse coinvolto in azioni configurabili come crimini di guerra o contro l'umanità nelle sue attività fuori dal territorio nazionale, potrebbe essere perseguito dalla Corte penale internazionale (CPI) e dalla nostra Magistratura, in base al principio di responsabilità personale della legge penale per reati gravi commessi all'estero. Le sentenze della CPI non colpiscono gli Stati, ma le azioni dei singoli.
La situazione riguardo la posizione legale dei soldati italo-israeliani è complessa e si muove su due binari distinti: quello del diritto internazionale e quello delle procedure di rientro in Italia.
Le interrogazioni parlamentari del 2025 e 2026 hanno evidenziato che il Ministero dell'Interno monitora i flussi di rientro dalle zone di guerra per motivi di ordine pubblico, specialmente per prevenire tensioni legate alla presenza di veterani in licenza o in congedo in territorio italiano.
Un soldato con doppia cittadinanza che ha operato in reparti sotto indagine per crimini di guerra potrebbe rischiare l'arresto se viaggia in paesi che riconoscono la giurisdizione della CPI (Italia e quasi tutta l'UE, l'Ungheria si è aggiunta dopo il recente cambio di governo).
La giustizia italiana
La giustizia italiana, pur non avendo finora aperto fascicoli d'ufficio sui bi-nazionali, è monitorata da alcune ONG che spingono per l'applicazione dell'Articolo 7 del Codice Penale, che permette di perseguire i nostri concittadini per reati gravi commessi all'estero. Riassumendo, un bi-nazionale che serve nell'esercito israeliano non sta compiendo un reato, ma le azioni compiute durante il suo servizio militare potrebbero configurarsi come tali se violano il diritto internazionale umanitario e le leggi di guerra.
Alcuni parlamentari, appartenenti principalmente all'opposizione (M5S, PD, AVS), nell'esercizio delle loro funzioni hanno presentato interrogazioni in merito: 1. alla partecipazione di cittadini italo- israeliani alle operazioni militari dell'IDF nella Striscia di Gaza e nei Territori palestinesi occupati; 2. alla presenza di militari israeliani in Italia nel 2024-2026. Nelle interrogazioni è stata sottolineata la totale assenza di controlli volti ad accertare se dei cittadini italiani rientranti da Israele siano stati coinvolti in violazioni del diritto internazionale e se tra i militari israeliani in visita in Italia ci fossero soggetti denunciati da organizzazioni perseguono chi ha compiuto crimini di guerra. La risposta del Governo è stata che la polizia di frontiera non ha il mandato di compiere indagini penali d'ufficio senza una segnalazione specifica dell'autorità giudiziaria o della CPI. A questo proposito c'è purtroppo da sottolineare che i 124 stati membri della CPI, che avrebbero l'obbligo di eseguire mandati di cattura internazionali, spesso ignorano gli impegni sottoscritti e lasciano circolare nelle loro giurisdizioni individui sottoposti a mandato di cattura da parte della Corte. Qui da noi, e in altro contesto, abbiamo visto come nemmeno una segnalazione nominativa specifica, caso del torturatore libico di migranti, il generale Osama Almasri, su cui pendeva un mandato di cattura della CPI, sia stata tenuta in conto, tanto che il soggetto è stato prima arrestato e poi riportato nel suo paese con un volo di Stato.
Nel corso del 2024 e del 2025 l'IDF e il Consiglio per la sicurezza nazionale (NSC) hanno emesso specifiche raccomandazioni e implementato procedure di controllo per i militari, inclusi i bi-nazionali che intendono recarsi all'estero, Italia compresa. La raccomandazione principale è di mantenere il massimo riserbo sulla propria attività militare passata e di consultare l'ufficio legale dell'IDF prima di ogni spostamento internazionale.
L'IDF effettua una "valutazione del rischio" per ogni soldato o ufficiale che richiede di recarsi all'estero e il suo Dipartimento di Diritto Internazionale monitora costantemente le azioni legali intraprese da gruppi per i diritti umani attivi in vari paesi per identificare potenziali rischi di arresto o interrogatorio. Altre raccomandazioni ufficiali per i viaggiatori includono l'anonimato sui social e la rimozione di identificativi che potrebbero suscitare curiosità o attenzione.
Nell'anno in corso, il panorama legale per i cittadini con doppia cittadinanza che hanno prestato o prestano servizio nelle IDF si caratterizza per la crescente pressione da parte di coalizioni legali internazionali di salvaguardia dei diritti umani e da mappe di viaggio sempre più complesse per sfuggire alla giurisdizione della CPI.
Conclusioni
In conclusione, sebbene l'Italia sia considerata una destinazione relativamente sicura dal punto di vista politico e i gruppi di militari israeliani in "decompressione" o vacanza nel nostro paese siano monitorati e scortati dalla Digos per evitare loro inconvenienti, l'aumento della pressione legale esercitata dai gruppi per i diritti umani e le azioni legali promosse internazionalmente dalla Fondazione Hind Rajab possono fare accadere anche da noi quello che è già successo a Cipro, Slovenia e Paesi Bassi dove dei soldati israeliani hanno dovuto lasciare immediatamente il luogo per evitare di essere fermati dalla polizia su ordine della Magistratura. Per questo gli attivi e i riservisti IDF italo-israeliani chiedono pareri legali preventivi prima di rientrare in Italia così da mettersi al riparo dalle conseguenze che la loro partecipazione a specifiche operazioni a Gaza, in Cisgiordania e nel Libano meridionale possa trasformarsi in un capo d'accusa. Un esempio di indagini in tal senso sono quelle sollecitate dalla Hind Rajab Foundation alla Procura di Roma a cui è stato chiesto di verificare (seguendo i passi già intrapresi dalle procure di Belgio, Francia e Germania) se cittadini italiani abbiano militato attivamente nell'unità speciale di cecchini "Refahim", accusata di esecuzioni extragiudiziali nei pressi degli ospedali di Gaza.
Appendice
AZIONI LEGALI CIVILI E PENALI IN CORSO IN ITALIA A DIFESA DEI DIRITTI DEI PALESTINESI
1.
Causa civile presso il tribunale di Roma promossa nel settembre 2025 da una coalizione di storiche associazioni della società civile (tra cui AssoPace Palestina, A Buon Diritto, ARCI, ACLI, Pax Christi e Un Ponte Per) che chiede l'annullamento dei contratti di fornitura di armamenti stipulati da Leonardo SpA con Israele, per manifesta violazione della Legge 185/90 (che vieta l'export di armi verso paesi in conflitto o responsabili di gravi violazioni dei diritti umani) e dell'Articolo 11 della Costituzione italiana.
2.
L'esposto penale contro il Governo (dicembre 2025) depositato alla Corte penale internazionale (CPI) e alla Procura di Roma da un gruppo di giuristi e presentato ufficialmente alla Camera dei deputati. L'esposto accusa la presidente del consiglio Meloni e i ministri Crosetto e Tajani di complicità in genocidio. L'indagine si concentra sul trasferimento di componenti militari e centinaia di migliaia di tonnellate di carburante ad uso militare che hanno continuato a partire dai porti italiani verso Israele.
L'accusa si basa sull'articolo 25 dello Statuto di Roma (favoreggiamento e complicità). Viene contestata la continuazione delle relazioni militari e il trasferimento di armamenti, componenti e know-how verso Tel Aviv (basati sull'accordo di cooperazione militare bilaterale) nonostante i ripetuti avvertimenti delle corti internazionali sulla plausibilità di un genocidio a Gaza.
Il dossier documenta i carichi di armi partiti dai porti italiani.
3.
I due distinti procedimenti giudiziari avviati dalla Procura di Roma riguardo alle azioni israeliane contro la Global Sumud Flotilla, la missione internazionale di attivisti pro Palestina diretta verso Gaza. I magistrati romani procedono in un quadro di giurisdizione universale e competenza alternativa poiché gli episodi coinvolgono cittadini e imbarcazioni battenti bandiera italiana.
Il primo fascicolo riguarda la Missione di settembre-ottobre 2025 ed è stato aperto a seguito degli esposti presentati da attivisti e parlamentari italiani arrestati e rimpatriati dalle forze israeliane in prossimità della costa di Gaza nell'autunno del 2025. I reati ipotizzati sono: tortura, sequestro di persona, rapina e danneggiamento con pericolo di naufragio. Il fascicolo, nato contro ignoti, è coordinato dal procuratore Francesco Lo Voi e dai pm Lucia Lotti e Stefano Opilio.
Il secondo fascicolo, che concerne la Missione di aprile-maggio 2026, è stato aperto dopo l'abbordaggio delle forze speciali israeliane ai danni di 22 imbarcazioni della flotta. L'assalto è avvenuto la notte del 29 aprile 2026 in acque internazionali, nei pressi dell'isola di Creta.
I pm di Roma hanno registrato tre esposti iniziali da parte di attivisti che hanno denunciato l'uso di droni armati, proiettili di gomma, taser, cani d'attacco, percosse, trattamenti violenti, abusi sessuali e detenzioni illegittime. I magistrati stanno ascoltando le testimonianze dei 29 italiani rimpatriati (tra cui il deputato Dario Carotenuto e il giornalista Alessandro Mantovani). I materiali probatori, acquisiti dai magistrati già inseriti nel fascicolo d'indagine, riguardano l'uso sistematico delle scariche elettriche, le bruciature e lesioni da taser utilizzati in combinazione con lo sparo di proiettili di gomma, le percosse che hanno causato fratture ossee, l'impiego di cani da attacco e gravi episodi di molestie e abusi sessuali.
Commento
Questi elementi specifici supportano l'accusa di tortura e lesioni aggravate. Le testimonianze mediche e i video ufficiali dei respingimenti, possono essere trasmessi all'Ufficio del Procuratore della CPI come elementi di prova integrativi per i filoni di inchiesta già aperti sui Territori palestinesi occupati e sulle condotte dei vertici politici e dei militari israeliani.
La Procura ha disposto l'acquisizione del video diffuso dal ministro della Sicurezza israeliano Itamar Ben-Gvir, che documenta le violenze subite dagli attivisti in Israele. Nell'inchiesta sono finora finiti 10 esponenti tra militari e politici israeliani, tra cui lo stesso Ben-Gvir. I magistrati hanno predisposto rogatorie internazionali verso Israele per identificare formalmente i responsabili, non solo quelli della catena di comando ma anche dei militari intervenuti nelle varie fasi dell'operazione, e ottenere i verbali ufficiali dei fermi.
Le indagini della Procura di Roma si collegano alla CPI tramite il principio di complementarietà giuridica stabilito dallo Statuto di Roma. Lo Statuto di Roma della CPI prevede che la Corte dell'Aia intervenga solo se lo Stato che ha giurisdizione non può o non vuole perseguire i reati. L'attivazione della Procura di Roma dimostra che l'Italia sta esercitando attivamente la propria sovranità giudiziaria per accertare i fatti accaduti ai propri cittadini. I reati per cui procede Roma (tortura e sequestro di persona in acque internazionali) costituiscono la base dei "crimini contro l'umanità" e dei "crimini di guerra" regolati dall'articolo 7 e 8 dello Statuto della CPI.
Emilio Bagarella
da Il granello di senape, n. 2 (213), giugno 2026, pagg. 15-19
[Questa notizia è stata pubblicata il 9/9/2026]
Foto: Wikimedia Commons.