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APPROFONDIMENTO
La meglio gioventù odiata dai regimi
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Nel 1954 un friulano intelli­gente e curioso del mondo, Pier Paolo Pasolini, titolava “La meglio gioventù” una sua rac­colta di versi. Da quel che sappia­mo, nessuna affinità culturale e politica tra Pasolini e un altro friu­lano intelligente e curioso del mondo, Giulio Regeni, unito al pri­mo dalla comune origine geografi­ca e da ima fine straziante. Eppu­re quel titolo sollecita suggestioni e suggerisce associazioni menta­li. La meglio gioventù, come rac­conta il canto degli alpini da cui è tratta, è quella che “la va soto tera ”. Non è una dichiarazione di or­goglio, bensì una constatazione asciutta e sconsolata: così come quel “meglio” non allude a ima su­periorità intellettuale o morale, ma evoca una sorta di irriducibile vitalismo (ancora Pasolini: “Una disperata vitalità”, 1964).

A parti­re dagli anni '90, nel nostro conti­nente si sono formate generazio­ni che è possibile definire come “la nuova gioventù europea”. Fu quella la prima a superare di slan­cio la frattura est-ovest, a impara­re le lingue con felice rapidità, ad attraversare i confini e i fusi orari, a ignorare le dogane e le feste na­zionali. La prima a iscriversi a un master alla School of Orientai and African Studies di Londra dopo aver lavorato come volontario, per diciotto mesi, nei campi profu­ghi del Sud Sudan. È la generazio­ne Erasmus, inaugurata non cer­to per caso nel 1987; e sono i “ra­gazzi dell'Europa” (Gianna Nanni­ni), tra Colonia e Varsavia, tra Va­lencia e Malmö, dall'aria precaria e che non piantano mai bandiera.

In questo flusso generazionale disordinato e impaziente si trova­no i dissidenti e gli obiettori di co­scienza, gli ecologisti di Vilnius e quelli di Bilbao, i collettivi di musi­ca elettronica di Berlino e gli scrit­tori delle fanzine transnazionali, fino agli studenti di Belgrado che da un anno e mezzo contestano Aleksandar Vucic. Si trovano an­che meraviglia (molta meraviglia) e dolore (molto dolore): Valeria Solesin e Antonio Megalizzi, vittime del terrorismo islamista a Parigi e a Strasburgo, ma anche il fotografo Andy Rocchelli, ucciso poco più che trentenne nel Donbass. E Patrick Zaky, giovane egiziano di religione cristiana copta, studen­te all'Università di Bologna e dete­nuto a lungo nel proprio paese. Questo movimento è nato e si è sviluppato, spesso sotterranea­mente, come alternativa in primo luogo culturale rispetto al siste­ma di valori e ai meccanismi di ri­produzione sociale del mondo oc­cidentale, per come si andava sta­bilizzando dopo la crisi dell'Unio­ne Sovietica.

Era inevitabile che quel movi­mento incontrasse diffidenza e re­sistenza nei paesi democratici e avversione e ostilità in quelli auto­cratici. Per tornare a noi, era fata­le che Giulio Regeni, giovane e bel­lo, libero e poliglotta, rappresen­tando tutto quanto ripugna alle autocrazie, diventasse immedia­tamente sospetto agli occhi del re­gime paranoide di Abdel Fattah al-Sisi. Le dittature odiano la gio­ventù, la libertà dei corpi e delle menti, il movimento e l'imprevi­sto, il piacere dell'altro e la scoper­ta dell'altrove. Tanto bastava a rendere Regeni un nemico da an­nichilire. Sì, annichilire, in quan­to non bastava metterlo in condi­zioni di non nuocere: servivano le sevizie, i trattamenti inumani e degradanti e serviva la tortura per cancellarne non solo il corpo ma anche la personalità, sfigurar­ne la memoria e sfregiarne l'iden­tità.

La tortura ha un effetto abrasivo, e per due ragioni: perché scortica, scarnifica, incide, erode; e perché cercando “l'anima a forza di botte” eradica il fondamente dell'umano. La vicenda di Giulio Regeni ha un potente effetto evo­cativo per un'altra ragione ancora. Richiama la riflessione di Han­nah Arendt su “i crimini che gli uo­mini non possono né punire ne perdonare”. Nel caso concreto dei processo di Roma, la difficoltà nel l'individuazione dei colpevoli e l'impossibilità dell'esecuzione della pena si devono agli enormi ostacoli frapposti dal regime egi­ziano e alla condizione di contumacia dei condannati. Ma il ragio­namento di Arendt va oltre, argo­mentando come sia l'enormità del crimine stesso a rendere tal­mente smisurata la colpa da non consentire una equa sanzione: “quando l'impossibile è stato reso possibile, è diventato il male asso­luto”.

Vengono alla mente le parole di Paola Deffendi, quando disse di aver visto sul volto tumefatto dei figlio “tutto il male del mondo”. Di tutto questo la sentenza del pro­cesso di Roma dà conto solo in parte, e forse non poteva essere al­trimenti. Ma è il verdetto garanti­sta di uno Stato di diritto. Resta dato politico incancellabile: che chiama in causa le istituzioni italiane, mai capaci di esercitare una adeguata pressione nei confronti del regime egiziano per ottenere almeno uno straccio di cooperazione giudiziaria. La straordinaria attività del procuratore Ser­gio Colaiocco non è stata assecondata e tantomeno rafforzata dui comportamenti dei successiti governi italiani, tutti votati all'iner­zia nei confronti del “governo ami­co” di Al Sisi. Il che contribuisce a spiegare perché mai la ricerca dei la verità e della giustizia si presen­tasse, in quei giorni di fine inver­no del 2016 e per il decennio suc­cessivo, un'impresa pressoché im­possibile. È stata la meglio gioven­tù delle ragazze e dei ragazzi con i bracciali gialli a far intendere che non tutto era perduto. Sia reso loro onore.

Luigi Manconi
su la Repubblica, 30 settembre 2026, pag. 5

 

 

 

[Questa notizia è stata pubblicata l'1/10/2026]
Foto: Wikimedia Commons


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