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PAX CHRISTI AL FESTIVAL DEL CINEMA DI VENEZIA
Non è un film. Lo sappiamo. tutti
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PER I PALESTINESI, PER GLI EBREI, PER I CRISTIANI, PER L'UMANITÀ


Trascrizione del discorso di don Nandino Capovilla, di Pax Christi Venezia, pronunciato il 25 agosto 2025 alla cerimonia di pre-apertura della «Mostra internazionale d'arte cinematografica» di Venezia.


Adesso che i termini impronunciabili sono sulla bocca di (quasi) tutti, assistiamo attoniti, impotenti e complici a ciò che sta avvenendo in Terra santa.

Mi è stato chiesto di portare questa sera un testo di spiritualità, una preghiera per aprire le porte della Mostra del Cinema al disumano massacro in corso a Gaza.

Ascoltate la supplica di mons. Sabbah, patriarca emerito di Gerusalemme, che prega ogni mattina con il coraggio della parresia:
«Sul baratro della carestia, non resta che contare su di te, Signore, perché c'è bisogno di tutto.
Chi sfamerà i nostri piccoli che da mesi non mangiano? Non senti, Signore, il grido dei nostri bambini?
Il loro pianto arriva ai tuoi orecchi?
Sono migliaia i sopravvissuti alla carneficina, feriti e dispersi. Da tutta la Striscia di Gaza gridano a te,
perché nessuno riesce ad acquietare il loro pianto. Signore, nessuno sembra indignarsi.
Ricordati di noi in questi giorni di angoscia.
A Gaza non è una guerra, è un piano di transfert e di genocidio, per lasciare tombe e macerie e accogliere i nuovi coloni.
Dichiarano il loro disegno per eliminarci. Decidono questo, Signore;
il mondo continua a difenderli e non ascolta gli appelli delle Nazioni Unite. Quando potremo tornare alla normalità?
E quando ritorneranno all'umanità coloro che non smettono di uccidere?»

Mi sono anche state chieste parole alte sul genocidio a cui stiamo assistendo. Le parole più alte - dovremmo ricordarlo sempre - devono restare quelle della più alta autorità che laicamente onoriamo e custodiamo: le Nazioni unite.

Ecco l'ultimo intervento di Tom Fletcher, sottosegretario generale di OCHA, agenzia ONU per il coordinamento degli affari umanitari, da lui pronunciate il 22 agosto scorso: «Il tempo delle esitazioni è finito. Questa è una carestia che ci perseguiterà tutti. È una carestia che avremmo potuto prevenire, se ci fosse stato permesso. Perché si verifica a poche centinaia di metri dal cibo, in una terra fertile. Tutto a causa dell'ostruzionismo sistematico da parte di Israele. È una carestia sotto i nostri occhi, che ci chiede: 'E ora cosa farete?' E' una carestia usata come arma di guerra, causata dalla crudeltà, giustificata dalla vendetta, resa possibile dall'indifferenza, sostenuta dalla complicità»

Recita l'articolo 3 della Dichiarazione universale dei diritti umani: 'Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona». Ogni individuo ha questo diritto, che noi, comunità internazionale, abbiamo voluto ribadire nel 1948, dopo l'ecatombe della Seconda guerra mondiale.

Il diritto alla vita e alla sicurezza lo avevano il 7 ottobre 2023 le circa 1200 vittime israeliane - tra cui 16 bambini - del brutale attacco di Hamas. Lo hanno gli ostaggi israeliani che ancora attendono di essere restituiti alle loro famiglie. Lo avevano le 62.000 persone palestinesi della Striscia di Gaza (e purtroppo sappiamo che il conto è molto più alto, perché migliaia di persone sono ancora sotto le macerie), di cui 18.000 bambini, che sono state uccise dall'esercito israeliano dopo quel giorno, in un'escalation di violenza e distruzione da parte dell'esercito di occupazione che va contro ogni 'principio di umanità, di proporzionalità, di distinzione e di precauzione', cardini del diritto internazionale umanitario.

Il diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza, per chi vive nel Territorio palestinese occupato (che, oltre a Gaza, comprende la Cisgiordania e Gerusalemme est), è minacciato da oltre settant'anni: è una terra fatta a pezzi da quello stato occupante che dovrebbe garantirne l'integrità.

Non solo Gaza, non solo dove governa Hamas, non dal 7 ottobre 2023, ma prima e dopo, in tutto il Territorio palestinese occupato si sta compiendo un preciso disegno di pulizia etnica iniziato con la Nakba del 1948, un tassello di quel colonialismo di insediamento alla base del sionismo.

Tutto questo poteva non essere, ed è.

Può essere fermato e non lo stiamo facendo, o non abbastanza: possiamo smettere di inviare armi a Israele, possiamo indurlo al rispetto del diritto, a lasciare che le agenzie ONU, coordinate da OCHA, tornino a soccorrere una popolazione stremata; possiamo renderci conto che finché non finisce l'occupazione è assurdo e ipocrita ripetere il ritornello dei «due popoli, due Stati». Possiamo chiedere davvero una pace nella giustizia, risoluzioni Onu alla mano.

Certamente dobbiamo anche indurre Hamas a porre fine ai suoi atti terroristici: si eviterebbe di aggiungere dolore a dolore… sangue versato a sangue versato.

Da prete che crede fermamente nella nonviolenza attiva, non posso che condannare l'uso delle armi, da qualsiasi parte le si impugni. Da cittadino sostengo la manifestazione che si terrà sabato e tutti i modi pacifici con cui la società civile, in ogni parte del mondo sta 'disertando il silenzio' e la scorta mediatica del genocidio, facendo fiorire creativamente azioni di dissenso, partecipazione e impegno.

Ricerchiamo la bussola verso cui orientarci per fermare il massacro, perché si ritorni alla parola, al diritto, all'umanità che tutti ci accomunano.
Per non perdere ancora vite umane. Per non perderci.

Aggrappiamoci ai valori che sottendono i diritti che i nostri padri e nonni hanno formulato: mai più per tutte e tutti, per una vita degna per tutte e tutti.

E con coraggio uniamoci, sempre di più. Perché si fermi tutto questo male.

 


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[Questa notizia è stata pubblicata il 27/8/2025]
Foto: Google Creatve Commons


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