
Un anniversario importante per il Gruppo Abele di Torino, fondato da don Luigi Ciotti a natale del 1965.
Lo stesso prete - torinese d'adozione, agordino d'origine - che ha appena compiuto 80 anni, nel recente libro autobiografico L'amore non basta, racconta degli inizi. Tutto prende le mosse da un legame che nasce tra lui e un anziano infagottato incontrato su una panchina del viale alberato vicino alla stazione di Porta nuova. Questa figura diventa emblematica perché ripropone il volto concreto dei poveri. Quell'anziano solo ed ignorato lancia un messaggio che Ciotti raccoglie: “Io sono vecchio, non ho bisogno di niente. Ma guarda quei giovani laggiù: loro sì che hanno bisogno. Fai qualcosa per loro, se puoi”.
Don Luigi raccoglie la sfida e comincia ad occuparsi dei giovani delle periferie torinesi, quelli che tutti consideravano “sbandati, disadattati, devianti”. Erano in gran parte figli dell'immigrazione, che negli anni del boom economico aveva portato a lavorare alla FIAT migliaia e migliaia di persone dal Sud Italia. Allora don Ciotti aveva solo 20 anni.
Nasce così il Gruppo Abele, praticamente “sulla strada”, frequentando barboni e ragazzi che “fanno fatica”.
Dal carcere minorile si passa alla droga, vera piaga sociale degli anni 70 del Novecento. In seguito l'impegno si allarga su altri fronti e diventa anche culturale, editoriale, politico (nel senso ampio del termine). E poi le mafie, con la costituzione di Libera.
La storia del Gruppo Abele è la storia di un'entità che è diventata - al di là di qualsiasi attività sociale o di accoglienza (che pure è stata amplissima) - un vero e proprio traino di cittadinanza, di responsabilità civile, di solidarietà, si costruzione della pace dal basso.
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